Digital detox aka comprendere cosa significhi esistere, vivere, sentire senza la spasmodica necessità di mostrarlo al mondo o controllare cosa il mondo stia facendo nel mentre.Tornare al momento, spegnere il dispositivo per riaccendere noi stessi, così banale e forse all contempo così difficile.
In una realtà dove hic et nunc sono scritte che vediamo impresse sui corpi senza sapere davvero cosa significhi, sempre più sono coloro che provano a ristabilire un rapporto più equilibrato con la tecnologia, interrompendo quel flusso incessante di notifiche, suoni e stimoli che richiedono un multitasking surreale.
Quante volte controlliamo i social durante una cena con gli amici? Momento durante il quale altro non dovrebbe importarci se non ciò che abbiamo dinanzi. E anche se non ci importa davvero ciò che succede al di fuori, controllare è diventata un’abitudine, “come lavarsi i denti” sarebbe bello poter dire, ma la verità è che laviamo i denti molto meno di quanto controlliamo il cellulare.
Benefici del distacco e ricerche
Benefici fisici e mentali: ogni lato della nostra individualità a quanto pare può migliorare staccandoci da un schermo luminoso che ormai sentiamo di dover portare con noi da una stanza all’altra della casa. Viene chiamato “recupero della presenza emotiva”: una rinascita della vita reale nei confronti di quella virtuale.
C’è chi lo percepisce quando, mettendosi offline, riesce a finire un libro in un paio di giorni; altri “semplicemente” dormendo meglio, abbassando il proprio livello di ansia – il famoso “cortisolo” che sicuramente abbiamo già visto scritto in qualche post o ascoltato in qualche reel.
Uno studio dell’Università di Bath (2022) ha mostrato che basta una settimana senza social media per ridurre lo stress, migliorare il sonno e aumentare la soddisfazione personale.
La verità è che non sempre è necessario un distacco tout court, basterebbe semplicemente provare a limitarsi un po’, a non controllare le visualizzazioni o, ancor prima, non voler condividere l’istante – il che non esclude non fare foto ricordo, ma semplicemente non farle per mostrarle ora.
Proprio da qui forse nasce il recente recupero delle macchinette fotografiche, vecchie kodak stanno ripopolando, quelle macchinette usa e getta che si portavano in gita alle elementari per poi farne sviluppare il rullino.
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Lo schermo come dipendenza
Mentre una parte del mondo corre in lista d’attesa per l’iPhone 17, c’è una parte della GenZ che opta per i “dumb phone”: telefoni privi di internet, per disintossicarsi, per fare squilli, chiamate, messaggi con le emoji create dalle parentesi piuttosto che analizzando il nostro volto.
“Oltre le sei ore al giorno” è lo screen time medio, sei ore della nostra giornata e, secondo un report di Datareportal 2024, siamo già arrivati a più di 6 ore e mezza. Se a questo aggiungiamo che controlliamo lo smartphone in media 96 volte al giorno, capiamo quanto sia diventato difficile distinguere tra abitudine e dipendenza. La realtà è che non ci limitiamo a prenderci del tempo per scrollare magari la sera sul divano, ma lo facciamo anche di default durante ogni altra attività.
Da qui la necessità di disintossicarsi, un rehab alla vita del momento, a guardarci intorno e gironzolare verso la strada che ci ispira di più piuttosto che seguire il navigatore che ci porta verso quel Caffè instagrammabile – che poi alla fine magari arriviamo sempre lì, solo essendoci goduti il viaggio un po’ di più.
In Golden Eggs crediamo che anche la comunicazione abbia bisogno di pause, di silenzi e di spazi non saturi. Lo slow communication nasce proprio da questa consapevolezza:
non correre dietro al rumore digitale, ma scegliere tempi e modi che lascino emergere il senso autentico di un messaggio.
Disconnettersi, dunque, non significa rinunciare: significa creare il terreno fertile per far crescere intuizione, idee e creatività. Perché a volte è proprio nello spazio lasciato libero dal digitale che si accende la nostra intelligenza più profonda.
